
Non guardo quasi mai il Tg Regionale. Preferisco le divertenti battute di Geppy su La7 e i suoi surreali sondaggi, alle inchieste sugli immigrati o sui saldi. Capita, però, che il sabato pomeriggio la mia TV rimanga sintonizzata sul notiziario regionale e che, tra una sparecchiata e una risistemazione di stoviglie, intravveda, senza ascoltarle, le news della giornata. Sarà un caso, o forse un’ossessione, ma ogni volta che alzo gli occhi dalla lavastoviglie mi pare di intravvedere l’augusto presidente intento a tagliare nastri o nella veste di casuale spettatore di una qualche manifestazione o funerale o sul palco di un convegno in qualità di esperto di qualcosa o in qualche consesso nazionale/internazionale a perorare la causa valdostana. Anche quando il titolare della notiziona è un altro (fosse pure un assessore o un mega direttore) lui è lì, magari in secondo piano, casualmente intento a chiacchierare con qualche convitato. Pur essendo in odore di santità, almeno a sentire alcuni suoi fedeli sostenitori, non penso che il presidente abbia ancora sviluppato quella capacità soprannaturale attribuita ad alcuni santi (tra i più conosciuti il fraticello di Assisi e San Pio da Pietrelcina), nota come “bilocazione”. Mi sono, quindi, convinto che l’augusto abbia almeno un paio di sosia, che, peraltro, devono godere di ottima salute per sopportare il tour de force di feste, inaugurazioni, convegni, manifestazioni, dibattiti, sante messe. Riflettendo su questa inclinazione al protagonismo del nostro presidente e dei suoi molteplici ologrammi, mi è venuto da fare un parallelo con un altro suo omologo, altrettanto onnipresente, il ciellino Formigoni. L’altra sera a “Che tempo che fa” il vice direttore de La Stampa, Massimo Gramellini, auspicava una maggiore sobrietà da parte di Formigoni, sia nella scelta dei luoghi di vacanze e dei resort, sia delle giacche e delle camicie, sia, soprattutto, dei consulenti di immagine. Sono quasi sicuro che bacchettando “il cugino depresso di Andy Warhol”, secondo Gramellini “il tizio che cura gli spot del governatore della Lombardia!”, il giornalista voleva criticare una certa iconografia, che vuole il capo sempre al centro della scena, efficiente, giovanile, magari anche un po’ beone e ballerino. Non so dove l’ho letto, ma parrebbe che questo modo un po’ artificioso (e eccessivo) di calarsi tra la gente, mantenendo però una certa inaccessibilità, risponda al bisogno narcisistico di chi non ammette altri al di sopra di sé. Giocando con le parole, il “penso dunque sono” di cartesiana memoria diventa “il ci sono quindi sono”. Il parallelo tra Formigoni e Rollandin non riguarda di sicuro le camicie e la sobrietà dei costumi, quanto il voler essere sempre al centro di ogni decisione, protagonista visibile e invisibile delle nostre vite. Atteggiamento tipico degli imperatori.















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